mercoledì 28 agosto 2013

Le traduzioni invecchiano

È un argomento piuttosto noto: i testi scritti in lingua originale non invecchiano mai. A parte le versioni adattate per un certo tipo di pubblico o per qualche altro motivo non filologico, a nessuno verrebbe mai in mente di riscrivere la Commedia di Dante o le opere di Shakespeare per avvicinarli alla lingua contemporanea. Le traduzioni, invece, invecchiano. Anche se raramente (diciamo mai, così ci togliamo il pensiero) agli esordi capita di trovarsi a ritradurre un classico, può essere comunque interessante fermarsi a riflettere sull’argomento.

Vediamo allora quali sono le implicazioni – sia letterarie sia contrattuali – dell’invecchiamento delle traduzioni.

Partiamo dall’ultimo aspetto: quanto “dura” una traduzione? In termini legali, al massimo vent’anni. Questo è infatti il periodo di tempo, riportato su gran parte dei contratti di traduzione, durante il quale un editore può utilizzare la nostra traduzione e pubblicarla quante volte ritiene opportuno. Non dimentichiamo che si può sempre cercare di negoziare per far ridurre questo periodo di tempo, alcune case editrici accettano anche di far durare i diritti dieci o dodici anni. Trascorso questo lasso di tempo, i diritti tornano al traduttore, che può accettare di rinnovarli (ovviamente dietro compenso, anche se non vedrà mai l’intera cifra pagata originariamente per il suo lavoro) oppure tenerseli per rivendere la traduzione al miglior offerente. Inutile specificare che il primo caso è molto più frequente del secondo, ma non sempre dopo vent’anni un editore è ancora intenzionato a ripubblicare un’opera.

In Italia escono davvero troppi libri, e la maggior parte cade nel dimenticatoio pochi mesi dopo l’uscita. Alcuni, però, sopravvivono e continuano a essere ristampati. È soprattutto il caso dei classici, ovviamente. A questo proposito, Andrea Landolfi stilò un piccolo breviario sulla revisione delle vecchie traduzioni che mi sembra interessante sottoporvi:

1) Rivedere le grandi traduzioni del passato fa bene, perché stimola la riflessione e solletica l’emulazione.

2) Non esiste traduzione che non sia emendabile e/o migliorabile.

3) Per rivedere una versione d’autore si richiede: coraggio nel fare le proprie scelte, rispetto per ciò che il traduttore ha comunque fatto; prudenza nel cassare: spesso l’espressione “brutta” è comunque il meno peggio.

4) Poiché lo Zeitgeist influenza pesantemente il traduttore, imponendogli, a volte, scelte che alle generazioni seguenti potranno apparire incomprensibili o, peggio, esecrabili, è bene usare una certa indulgenza, augurandosi che i posteri faranno lo stesso con noi.

5) È necessario depurare l’originale dalle incrostazioni delle versioni d’autore, ma è necessario non prendersela a male se nella propria traduzione di un poeta si avvertirà l’eco, il profumo, di una versione d’autore che ci ha formato (a patto che non si esageri).

6) Mettersi alla prova traducendo e ritraducendo per sé i grandi e i grandissimi aiuta a liberarsi di qualche timidezza traduttoria e insieme dà la misura dei propri limiti.

7) La traduzione letteraria non fa diventare ricchi; sicuramente, però, più intelligenti.


Che dire? Quest’ultima è sicuramente una delle mie frasi preferite, la trovo incoraggiante e lusinghiera. Per il resto, direi che queste affermazioni si spiegano da sole, senza che io stia a commentarle.

Aggiungo solo che, com’è ovvio, in passato non esistevano tutti i mezzi e gli strumenti che abbiamo oggi, e quindi trovo stupefacente e ammirevole il lavoro di traduttori le cui opere sono oggi considerate “superate”: senza Internet, le mappe di Google, tutti i dizionari che abbiamo a portata di mouse, i programmi di videoscrittura che consentono di trovare un certo termine in tutto il testo (e di modificarlo quanto vogliamo senza impazzire con le cancellature), il mestiere di traduttore doveva essere un vero incubo. Quello che oggi richiede pochi minuti di ricerca su Internet, allora costava ore e ore di duro lavoro bibliografico. Siano dunque lodati i traduttori che ci hanno permesso di godere dei classici della letteratura!

Detto questo, però, spesso le ritraduzioni si rendono assolutamente necessarie, sia per svecchiare il testo sia per correggere veri e propri errori di interpretazione. C’è anche da dire che in passato si diventava traduttori perlopiù “per caso”, perché si conosceva la lingua e magari si insegnava all’università, oppure si era conosciuti come letterati, mentre oggi esistono innumerevoli corsi di studio professionalizzanti. Questo significa, però, che noi abbiamo meno scuse per i nostri errori! Bisogna sempre verificare ogni dettaglio, non mi stancherò mai di ripeterlo.

Ma non divaghiamo. Ogni traduttore che si trovi a ritradurre un’opera può scegliere se confrontarsi con la versione precedente oppure metterla da parte e cominciare da zero. Ovviamente si tratta di una decisione personalissima, su cui non mi soffermerò. Rimando a un prossimo post alcune riflessioni sulla revisione di una traduzione, che quest’ultima sia già stata pubblicata o meno.

Abbiamo visto che cosa significhi in termini editoriali e letterari ritradurre un classico: aggiungiamo che, malgrado certe traduzioni siano ormai diventate dei classici a loro volta, non sarebbe male se gli editori si decidessero finalmente a svecchiare alcuni titoli che hanno in catalogo da decenni e che continuano a vendere nonostante un linguaggio spesso farraginoso e magari infarcito di errori radicatisi nel tempo.

Tratto dal blog Diario di una traduttrice editorale:diariodiunatraduttrice.wordpress.com
Diario di una traduttrice su Facebook:facebook.com/traduttriceditoriale

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