martedì 16 luglio 2013

Tradurre i dialoghi

Tradurre i dialoghi è sempre una sfida avvincente per un traduttore letterario: è in questi casi che la naturalezza diventa un imperativo. Spesso ciò che diciamo sottintende tutta una serie di concetti che non vengono esplicitati: anche una sola parola può implicare una miriade di connotazioni diverse. Ecco che scegliere quale parola usare diventa fondamentale quanto arduo.

Più che tradurre letteralmente ciò che un personaggio dice, l’ideale sarebbe arrivare a conoscerlo talmente bene da riuscire a entrargli sottopelle per sapere istintivamente quali parole potrebbe pronunciare, e come potrebbe dirle. Tutti abbiamo un nostro personale modo di esprimerci, e in questo senso i protagonisti dei romanzi non sono meno complessi di noi. Un dialogo è diverso da qualsiasi altro brano: anche se si tratta sempre di carta stampata, le parole devono suonare fresche, realistiche, vive. Devono suscitare nel lettore un senso di realtà, in modo che possa facilmente immaginare la scena che si sta svolgendo.

Ovviamente non è possibile stravolgere il significato né il contenuto di una battuta di dialogo, ma l’obiettivo principale dev'essere l’incisività più che la fedeltà alla lettera. A meno che non si tratti di un personaggio che parla in modo volutamente pomposo o elegante, dobbiamo scegliere frasi facili da pronunciare e immaginare la scena come se si stesse svolgendo su un palcoscenico. È vero che spesso, soprattutto quando capita di tradurre libri mediocri, è già il testo originale a suonare poco immediato, ma dobbiamo comunque sforzarci di far parlare i nostri personaggi in modo realistico. Come spesso accade, la lettura ad alta voce può darci una grossa mano quando si tratta di individuare cacofonie o strutture pesanti e poco fluide. Ancora meglio sarebbe far leggere il brano a un’altra persona.

È poi fondamentale prestare attenzione al tipo di personaggio a cui stiamo dando voce: un bambino non parla come un professore, che a sua volta non parla come una casalinga né come un adolescente. Non è soltanto il lessico a essere diverso: cambiano il modo di esprimersi, la lunghezza delle frasi, la sintassi, la punteggiatura, il respiro dell’intero dialogo. Il nostro personaggio è calmo? È alterato? È innamorato? Quanto è colto? Stabilire un registro per ogni personaggio che parla è di grande importanza.

Un altro problema è rappresentato dal turpiloquio: soprattutto traducendo dall’inglese, è facilissimo scivolare in calchi che ormai abbiamo nell’orecchio a causa del doppiaggio dei film americani, ma che tuttavia non suonano spontanei in italiano: imprecazioni come “dannato”, avverbi come “fottutamente” e così via rivelano una pigrizia traduttiva molto dannosa per una lingua vivace e colorita come la nostra. Anche i vari hey man, buddy eccetera non sono facili da rendere: dire “ehi, amico” (o, ancora peggio, “ehi, campione!” a un bambino) per noi non è affatto naturale, checché ne dicano i telefilm. In questi casi è necessario sacrificare l’aderenza al testo e trovare qualche esclamazione più appropriata a seconda del tipo di personaggio. Questo vale ovviamente per tutte le lingue, non solo traducendo dall’ormai abusato inglese.

In sostanza, i dialoghi rappresentano forse il banco di prova più complesso – e più divertente! – della traduzione letteraria. È qui che anche i traduttori più navigati possono scivolare in frasi affettate o poco naturali: ammettiamo che a volte si parla come si mangia e mettiamo da parte il nostro snobismo a beneficio della scorrevolezza, quando ci vuole.

Tratto dal blog Diario di una traduttrice editoralediariodiunatraduttrice.wordpress.com
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