lunedì 1 luglio 2013

La fedeltà

È ormai famoso il detto traduttore traditore, che fonda su una semplice paronomasia tutta una serie di implicazioni negative. In realtà a volte “tradire” (e ora vedremo che cosa significa in campo traduttivo) è necessario, altre volte invece è questione di disattenzione o scarsa dimestichezza con una lingua.

In teoria, il traduttore di un testo è colui che dovrebbe restituirlo così come l’ha trovato, in modo fedele, ma semplicemente in un’altra lingua. Semplicemente. Facile, no?

No. A volte un traduttore si trova costretto a tradire proprio per poter essere il più fedele possibile. Per spiegare quanto detto bisogna innanzitutto stabilire che cosa significhi il concetto di fedeltà: innanzitutto, fedeltà a che cosa? Alla lettera? Al senso? Alle intenzioni dell’autore, che spesso è difficile comprendere fino in fondo? Riflettendoci bene, appare evidente come queste tre possibilità siano diverse e in alcuni casi quasi opposte. Nemmeno la risposta è univoca e, come spesso accade, va negoziata caso per caso.

Se stiamo traducendo un libro il cui proposito è intrattenere e divertire, privilegeremo la scorrevolezza. Per esempio, le parole inglesi sono molto più corte di quelle italiane, e nella nostra lingua la sovrabbondanza di aggettivi si nota molto di più. Se stiamo traducendo un Harmony, qualche aggettivo di troppo si può anche sfrondare, per non far perdere il filo della narrazione. Se invece si tratta di un autore che fa dello stile il suo cavallo di battaglia, dovremo fare molta più attenzione alle nostre scelte e badare in particolar modo alla forma invece di veicolare semplicemente i contenuti. Attenzione, non sto dicendo che nel primo caso possiamo tradurre alla meno peggio, né che un Harmony abbia meno dignità di un saggio filosofico in cui trovare la parola più precisa è fondamentale. Anche la scorrevolezza è molto difficile da ottenere: richiede impegno e un ottimo orecchio.

Certo, la differenza fra un testo e l’altro non è sempre così evidente e marcata, molti autori cercano di essere coinvolgenti pur senza trascurare una certa raffinatezza stilistica. Bisogna fare molta attenzione a non tradire le loro intenzioni. Per farlo, ovviamente, dobbiamo averle capite. Facciamo un esempio estremo: se un autore sceglie di scrivere un romanzo senza mai usare la lettera “e”, qualsiasi sia il motivo, dobbiamo accorgercene e rispettare la sua volontà, anche se questo ci costringe a fare voli pindarici e a non tradurre proprio tutto alla lettera.

Ma anche senza andare troppo in là, essere fedeli può voler dire semplicemente scegliere, quando possibile, il termine più vicino a quello usato dall'autore, senza voler impreziosire a tutti i costi un testo che magari ci sembra mediocre: ricordiamo sempre che il romanzo non è nostro. Va da sé che si deve evitare anche il rischio opposto, quello di impoverire il lessico o la sintassi per pigrizia o perché non siamo riusciti a trovare niente di meglio.

A questo proposito, qualsiasi traduttore sa che purtroppo a volte, a malincuore, bisogna rinunciare a qualcosa. Riferimenti culturali specifici, modi di dire, giochi di parole: spesso è impossibile trovare un’equivalenza nella nostra lingua, e bisogna arrangiarsi con una traduzione didascalica che spieghi in pochissime parole di cosa si sta parlando, oppure arrendersi alla famigerata nota a pie’ di pagina, terrore di quasi tutti gli editori. Queste soluzioni, però, soprattutto se vi ricorriamo spesso, appesantiscono molto il testo.

È molto noto il concetto delle traduzioni belle e infedeli, contrapposto, di conseguenza, a un concetto di fedeltà come ostacolo alla bellezza. È vero che non si può sempre avere tutto, ma la questione è molto più complicata. Nel caso di un romanzo in cui la scorrevolezza è più importante della correttezza filologica, potrebbe essere più fedele una traduzione che vada incontro al lettore senza presentargli una gran quantità di riferimenti a lui incomprensibili. In altri casi, però, è importante mantenere tali riferimenti e il lavoro del traduttore si trasforma in un vero e proprio veicolo culturale, che arricchisce il lessico e le conoscenze del lettore.

Esempio banale: se in una scena troviamo una persona adulta che mangia una merendina, potrebbe essere importante capire se la marca di quest’ultima richiama per qualche motivo l’infanzia del protagonista (basti pensare ai ricordi nostalgici che le vecchie pubblicità scatenano in molti di noi), e quindi è opportuno mantenerla così com’è o cercarne una equivalente conosciuta sia nel paese d’origine sia nel nostro, oppure se è un dolce qualsiasi e quindi si può anche sorvolare. Non c’è una ricetta precisa né una formula magica per capire com’è meglio agire: bisogna “semplicemente” riuscire a entrare nel testo, a farlo nostro, a comprendere che cosa voleva l’autore, che cosa riteneva importante comunicare e cosa invece è stato inserito senza rifletterci troppo.

Insomma, la fedeltà è un territorio spinoso. Bisogna sempre chiedersi a che cosa vogliamo essere fedeli, qual è lo scopo del testo, a che pubblico è rivolto, e regolarsi di conseguenza.

Credo di avere sbrodolato fin troppo, e forse sono anche andata fuori tema, quindi per stavolta mi fermo qui, ma la fedeltà in traduzione è un concetto affascinante che merita di essere sviluppato in futuro.

Tratto dal blog Diario di una traduttrice editorale: diariodiunatraduttrice.wordpress.com
Diario di una traduttrice su Facebook: facebook.com/traduttriceditoriale

1 commento:

  1. >A volte un traduttore si trova costretto a tradire proprio per poter essere il più fedele possibile.

    oh evviva! qualcuno che lo dice!
    ;-)

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