mercoledì 10 aprile 2013

B-52's . Shiny Happy People

Tornano ad Athens, dove iniziarono una trentina d’anni fa. E pubblicano un nuovo album che ne ribadisce la filosofìa: non prendersi sul serio e cercare di fare arte divertendosi.


Sarà forse banale, ma nell’ascoltare la contagiosa allegria e l’entu­siasmo di Fred Schneider e Cindy Wilson durante la nostra intervista, l’espresione shiny happy people mi è parsa davvero guanto mai calzante. Il parallelo con i R.E.M. e relativo brano Shiny Happy People (al qua­le così come ad altri dell’album Out Of Time del ’91, contribuì nella definizione del mood Kate Pierson, una delle due voci femminili dei B-52’s) riaffiora inevitabilmente alla men­te pensando alle origini della band, formata­si anch’essa, proprio come i R.E.M. e una mi­riade di altre realtà, ad Athens, Georgia, nella seconda metà degli anni 70. Nell’allora gran­de vivacità artistica e culturale della città del­la Georgia, aveva dunque trovato posto anche l’allegro party rock, o altrimenti definito cam­py post punk-rock, dei B-52’s, che il 25 marzo scorso hanno dato alle stampe Funplex, ovvero il primo album di inediti in ben sedici anni. Tanto infatti è il tempo trascorso da quell’ultimo Good Stuff del ’92, registra­to orfano di Cindy Wilson, poi rientrata nel­la band. Ricordare la bizzarra fusione di pop, surf rock, punk scanzonato e funk bianco che ha sempre contraddistinto il sound dei B-52’s (per non parlare poi dei tipici botta e risposta fra lo spoken word di Fred Schneider e le armonizzazioni vocali di Kate Pierson e Cindy
Wilson), potrebbe per un attimo far passare in secondo piano che l’apparente superficialità e studiata artificiosità era comunque figlia di un periodo storico musicale contemporaneo alla new wave e al post punk, nonché ad artisti, oltre ai già citati R.E.M., come Talking Heads, Blondie, Ramones e New York Dolls, molti dei quali protagonisti di collaborazioni con i singoli componenti della band. La visualità e il look kitsch dei B-52’s, con quelle parrucche di Kate e Cindy così simili al muso dei bombardieri B-52 che hanno poi dato il nome alla band, traevano notevole ispirazione dal dadaismo e dalla rivoluzione artistica di Andy Warhol, divertendo il pubblico con hit da dancefloor come Rock Lobster e Love Shack, o come lo storico tema Meet The Flinstones nel divertente rifacimento cinematografico dei cartoon di Hanna & Barbera (comparendo nel film in un carneo con il nome di BC-52’s).
Difficile pensare oggi a band come Scissor Sisters o a diverse incarnazioni pop degli anni 90 senza il loro esempio. Abbracciamo ciò che ci diverte, ma nel vero spirito delle cose, con un atteggiamento un po’ da flusso di coscienza, ma senza pressione, in realtà”, spiega accuratamente Cindy Wilson a proposito della filosofia artistica del gruppo: “È proprio come l’arte, come un dipinto in cui tutti aggiungono il loro contributo e in cui tutto viene amalgamato, con un risultato molto interessante e a multilivelli. Non ci prendiamo mai veramente sul serio, e non ci atteggiamo, è piuttosto un modo di prenderci in giro, in un certo senso. È il prendere tutto e renderlo arte”. Giunti ora al presente con Funplex, Cindy ci racconta cosa è successo dai tempi di Good Stuff sino ad oggi: “Ero appena ritornata nella band, e naturalmente avevo capito il disastro
che avevo combinato (ride, nda), ma quando me ne andai era per me veramente il momento giusto per farlo. Comunque, sono tornata dopo Good Stuff e abbiamo iniziato a lavorare su alcuni pezzi nuovi, due sono stati pubblicati, Hallucinating Fiuto e Debbie (inclusi in Time Capsule: Songs ForA Future Generation nel 1998, nda), così come le due raccolte Time Capsule e Nude On The Moon: The B-52’s Anthology (del 2002, nda). Io poi ho avuto dei figli, ci sono stati dei dischi solisti da parte di alcuni di noi, materiale, fino a quando è arrivato il momento in cui si è sentito davvero pronto per scrivere i brani del nuovo disco. Nel frattempo abbiamo comunque continuato bene o male a lavorare. Ed è stato veramente un piacere perché la mia fase preferita è il processo di scrittura, il trovarsi tutti insieme in studio e creare la magia, il divertimento, e tutto il processo del problem solving di quando si compone un brano, visto che è molto complesso e ci sono molti contributi (ride, nda). C’è voluto un po’ per riuscire a fare tutto, anche perché abbiamo sovvenzionato personalmente la realizzazione del disco, quindi avevamo bisogno di fondi per pagare gli hotel e gli studi.
Abbiamo poi cambiato etichetta e collaboratori, e dunque prima che ce ne accorgessimo gli anni sono trascorsi”. Fred Schneider completa la storia, raccontandoci anche l’esperienza di alcune apparizioni live la scorsa estate presso importanti festival europei, da dove la band mancava da circa dieci anni: “Avevamo tentato di venire in Europa già due volte durante gli scorsi anni, ma la prima volta Bush ha avuto qualche problema con l’Iraq, e un’altra volta purtroppo chi doveva occuparsi di noi non aveva abbastanza denaro per la promozione del nostro show. Ora finalmente le cose stanno cominciando a girare. Stiamo facendo promozione per la stampa, e questa estate abbiamo suonato ai festival di Benicassim, Montreux e Lovebox, e riscontrato che i fan sono ancora lì per noi. Soprattutto è stato emozionante essere a Montreux. Pensa che
avevamo incontrato Claude (Nobs, il fondatore del Montreux Jazz Festival, nda) durante la lavorazione del nostro primo album e ci disse: vi porterò a Montreux! E ora è finalmente successo dopo 27 anni”. Funplex non rappresenta una grande rivoluzione musicale rispetto alla produzione storia dei B-52’s, ma ribadisce il progetto di un album concepito per i dance club, avendo come punto di forza sempre le belle armonie vocali costruite dalle voci della Pierson e della Wilson in contrapposizione allo stralunato spoken word di Schneider, pur mantenendo una solida base rock conferita so­prattutto dalle chitarre di Strickland e dalle drum machine. Non a caso il gruppo ha scelto questa volta la produzione di Steve Osborne, già dietro la console di Happy Mondays, KT Tunstall e soprattutto dei New Order. “Avevamo fatto una lista di possibili produt­tori, e Keith è un grande fan dei New Order” dice Cindy Wilson. “Al tempo della composi­zione dei brani si sentiva sull’onda di quel tipo di sonorità e credeva che Steve fosse davvero la persona giusta. Ed è stato veramente un pe­riodo costruttivo quello trascorso con lui. Ha davvero realizzato un ottimo lavoro nel riregi­strare alcune parti e nello strutturare il sound, rendendolo esattamente come speravamo”. Quasi sempre nell’album i riferimenti, sia mu­sicali che tematici, sono assolutamente scan­zonati e sopra le righe, ma c’è tuttavia un bra­no affidato completamente all’interpretazio­ne femminile e che trae ispirazione dalla sto­ria di un classico della cinematografia fellinia­na come Giulietta degli spiriti-, “Il brano Juliet OfThe Spirits è assolutamente un riferimen­to a Fellini, un regista che da sempre è un’im­portante fonte di ispirazione per la nostra band, in molte aree. Keith ha scritto la musica ed è lui stesso che ha proposto l’idea della sto­ria narrata da Giulietta degli spiriti. Ci siamo letteralmente attenuti al film e anche Fred ci ha aiutato a scrivere il testo, anche se non par­tecipa vocalmente all’interpretazione” affer­ma ancora la Wilson. “Tra l’altro amo lo spi­rito di quel brano, che è fantastico da suona­re dal vivo, soprattutto durante il verso I’m not afraid anymore, che credo sia una proclama­zione veramente potente e pericolosa”. Pur vi­vendo ormai in luoghi diversi degli States, la registrazione del nuovo album è stata l’occa­sione per ritornare tutti nella natia Athens e ri­vivere l’atmosfera degli esordi: “Tornando ad Athens è stato come chiudere un cerchio, e anche per questo c’è stata magia e si è rivela­to un bel periodo. Quando abbiamo iniziato Athens era veramente un ambiente molto cre­ativo, e a quel tempo, nella realtà universitaria della città, ricevevi davvero molti input, come le retrospettive cinematografiche ad esempio, l’occasione per cui siamo venuti a contatto con i film di Fellini. Poi c’erano riviste da ogni parte del mondo, e abbiamo avuto l’opportu­nità di conoscere e frequentare veramente tan­te persone geniali. A quel tempo c’era davve­ro un’energia meravigliosa, e allo stesso tempo Athens era una città abbastanza economica e con un ritmo riflessivo, quindi avevi davvero il tuo tempo per essere creativo”. H

Scritto da Cristiana Paolini, pubblicato su JAM (2008)





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